Osteria: Che posto! di Sergio Cotti Piccinelli

Osteria che posto di Sergio Cotti Piccinelli

C’è stato un tempo – come bene ha documentato Oliviero Franzoni – in cui l’osteria rivestiva in Valle Camonica un ruolo pubblico e sociale ben determinato: grazie all’osteria “gli spostamenti delle persone potevano diventare più sicuri e i commerci trarre indubbio vantaggio. Il servizio di vendita di vino al minuto, con somministrazione di frugali pasti e disponibilità ad alloggiare viandanti, uomini d’affari o pellegrini in transito, aveva una primaria valenza pubblica, al punto che l’osteria – quando era di proprietà civica – veniva concessa in appalto annuale direttamente dal comune agli osti”.
In questa descrizione viene rappresentato un mondo che non c’è più, fatto di comunità disperse, di viaggi lunghissimi a cavallo o in carrozza, di gente costretta a fermarsi per far prendere fiato alle povere bestie, e per asciugarsi l’arsura insopportabile alla gola.
Ecco cos’era l’osteria: un luogo essenziale per la vita pubblica, per i collegamenti, per gli scambi. Così nelle osterie succedeva di tutto: firma di contratti, ubriacature (ma spesso v’era l’obbligo di vendere solo vino buono, non guasto), canti e giochi, prostituzione. Ancora oggi tanti toponimi ci ricordano la presenza, lungo la via valeriana, di una bettola, di una stamberga, di un’osteria.
Un luogo sociale quindi, che svolge una funzione pubblica riconosciuta, e in cui convivono esistenze e vite ai limiti: non sono di solito ambienti frequentati dai contadini o dai lavoratori, piuttosto da gente in cerca di avventura, soldati, banditi. In occasione di epidemie, sono i primi luoghi ad essere chiusi. Nell’Ottocento si contano in Valle Camonica quasi novanta locali tra bettole ed osterie.
Questa dimensione sociale dell’osteria è quella che in molti hanno ricercato e riscoperto negli anni ’70 del secolo scorso quando il binomio piazza-osteria sollecita l’attenzione di studiosi, antropologi
e ricercatori di varia estrazione.
Così scrive Michele Straniero nel suo viaggio per osterie, nel 1971: “Quello che sulle piazze è fiera, imbonimento, cantastorie e gioco di prestigio o d’azzardo, nelle mura calde dell’osteria diventa canto, chiacchiera, confessione e poi ancora canto….”. Il popolo, anche nelle aree rurali, non è più relegato nelle stalle, esce dalla dimensione domestica e viene inglobato nello sviluppo dell’industria e delle ferriere, frequenta le osterie. Nelle osterie si può trovare la modalità più spontanea di
espressività popolare: il canto appunto.
“L’osteria – scrive ancora Michele Straniero – rimane il locale dove la gente del popolo può davvero parlare, la zona franca di reale confronto delle opinioni, dove non esistono costrizioni o censure colte, né l’atmosfera terroristica e repressiva delle istituzioni borghesi. Di più: in una società oppressiva come la nostra, questo luogo franco tende a potenziare le proprie possibilità, anziché – come persino alcuni osti di campagna pensano – a decadere”. Qui l’osteria è percepita e raccontata come un vero “luogo dello spirito”, antiproduttivo, un’estensione della piazza, dell’agorà.
Cos’è oggi un’osteria? Qual è oggi, nelle piccole comunità di montagna, il luogo per eccellenza della socialità, in cui le persone stanno insieme, si scambiano idee ed esperienze, suonano e cantano
raccontando sé stesse e il loro mondo?
Sicuramente persiste, nella retorica narrativa della montagna, l’idea dell’osteria come di un luogo in cui si conserva “lo spirito” di una comunità, in cui si incontrano le poche persone rimaste a presidiare la montagna, e in cui si ha modo di ascoltare le vicende più curiose del paese. Una sorta di rifugio dell’identità locale.
In realtà, oggi, anche le osterie non si sottraggono al destino comune di tutti i luoghi socialmente caratterizzati e acquisiscono quindi anche loro sempre più, inesorabilmente, per sopravvivere, la forma
di “non luoghi”, spazi spesso anonimi, uguali, asettici e riproducibili.
Le osterie sono luoghi emblematici della nostra modernità: diventano bar, pizzerie, sale per videogiochi, spazi pieni di funzioni diversificate, per accogliere i bisogni di un pubblico variegato e
sempre più esigente. Il pubblico delle osterie cambia perché la montagna non basta più a sé stessa, la popolazione rapidamente diminuisce e si urbanizza nel fondovalle, chi resta invecchia.
Da qui la necessità delle osterie di catturare, come un tempo, il giovane turista, la famiglia in vacanza, il visitatore occasionale. Anche le osterie quindi o si trasformano o chiudono, sottraendo così ai piccoli paesi di montagna l’unico spazio dello stare insieme, dopo e oltre la chiesa.
Sicuramente la musica della fisarmonica e il canto hanno abitato per lungo tempo l’osteria, proprio come l’organo e il coro hanno abitato per secoli le nostre chiese. Oggi però non è più così, e una vita
malinconica spetta agli ultimi scampoli delle nostre osterie.
Non possiamo rassegnarci a questo triste epilogo: non solo perché la socialità, lo stare insieme fisicamente, è fondamentale per la vita di una comunità, ma perché le persone che vivono in montagna
hanno bisogno di un nuovo modo di ritrovarsi, hanno la necessità di rinnovare continuamente l’occasione di incontrarsi.
Se si è in pochi solitamente si è più soli, ma sicuramente è più facile ritrovarsi.
La fisarmonica – al centro di questa ricerca e della rassegna Dov’è finita la nostra musica? Incontri in osteria alla ricerca delle origini della musica popolare della Valle Camonica – è stata innanzitutto un pretesto per sollecitare una serie di incontri.
Ha funzionato: tante persone si sono cercate, e si sono ritrovate per una sera, insieme.
Ma non solo. Andavamo in cerca della musica popolare del nostro territorio, e nelle osterie, imbracciando la fisarmonica, l’abbiamo trovata. Quale musica? “Un canto si definisce popolare non in base
alla sua origine né a determinate caratteristiche intrinseche, ma solo in rapporto alla sua effettiva circolazione, testimoniata dalla presenza delle diverse varianti (anche e soprattutto musicali) di tradizione orale”.
Ogni comunità prende ciò che più le somiglia, che più risponde ai suoi “criteri estetici e funzionali”, e lo rielabora a proprio piacimento.
Noi abbiamo ritrovato questi repertori, ricchissimi, ed abbiamo ascoltato queste originali varianti, che sono documentate solo in piccola parte nelle registrazioni allegate a questa pubblicazione.
Ci siamo detti della necessità di tornare a fare musica per far rivivere questi luoghi importanti per le nostre comunità di montagna: non solo durante l’estate, con i turisti in mezzo alle strade, ma soprattutto durante l’autunno e l’inverno, quando fa freddo e si sente ancora di più il bisogno del calore degli altri. Non mancherà mai la fisarmonica, come in una chiesa non dovrebbe mai mancare il suono divino dell’organo.

 

Località: Valle Camonica

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